La mamma italiana più potente d'America

Un'allegra chiacchierata con Cristiana Rastellini, ricercatrice di successo, moglie e mamma modello

di Valentina Paternoster

Pubblicato lunedi, 4 luglio 2011

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Cristiana è una "supermom": è stata infatti classificata tra le mamme più potenti d'America. Ed è italiana! Noi l'abbiamo intervistata con l'intento di mettere in evidenza la fatica e le sfide per conciliare quotidianamente una vita professionale intensa con una famiglia numerosa.

Lei è stata recentemente classificata tra le "mamme più potenti d'America". Come ha reagito di primo acchito?
Sono stata veramente onarata di far parte di queste 10 mamme “potenti”! E’ stato un importantissimo riconoscimento per me, e non me lo aspettavo. E poi ho avuto modo di vedere le altre donne che mi fanno compagnia in questa lista e sono rimasta ancora più colpita e onorata di far parte di un simile gruppo! La mia risposta è stata dedicare questo premio a tutte le donne, qualunque sia il loro lavoro, che riescono a gestire anche una famiglia, perché so quanto è faticoso. E poi c’è stata la telefonata commossa di mia madre e dei parenti più stretti, il loro enorme orgoglio che consola un po’ la sofferenza della lontananza. La cosa più divertente di questo riconoscimento riguarda, invece, i miei figli e il momento in cui hanno visto l’articolo che mi definiva una “supermom”: per un paio di giorni si sono dimostrati particolarmente buoni e mi osservavano in silenzio, come in attesa dell'esibizione da parte mia di qualche super potere tipo “wonder woman”!!! Spero di non averli delusi!

Come riesce a conciliare il lavoro con la vita privata?
Quando dal giornale mi hanno telefonato per dirmi che mi volevano prendere in considerazione per questo riconoscimento e mi hanno chiesto come facevo a gestire questi due ruoli, sono stata colta di sorpresa e con un sorriso ho risposto: ”Senza dubbio tanto impegno, tanta organizzazione e flessibilità, come se avessi una ricetta! E in verità ci credo veramente e anche se non è proprio una ricetta e ci vuole tempo per imparare a gestire tutto, spero che il mio messaggio raggiunga proprio quelle donne che pensano che una cosa escluda l’altra. Io non avrei potuto rinunciare a nessuno di questi due ruoli, che mi piacciono entrambi moltissimo. Nel lavoro cerco di essere il più efficente possibile nei tempi. Lo svolgo intensamente per poter raggiungere la mia famiglia appena finisco. In famiglia, tutti sanno quello che faccio e il perché qualche volta mamma non c’è. Sono consapevoli del mio sforzo per non perdermi una gara di nuoto o una partita di baseball e se non ci riesco è perché mi è stato impossibile. Penso che non si debba mai sottovalutare i bambini. Qualunque sia il nostro lavoro loro riescono capire quali sono le responsabilità e gli impegni di un genitore e possono riuscire ad accettarlo.
In famiglia ci vuole molta collaborazione, cosa che io ho sicuramente trovato. Di certo in qualche ambito sono necessari dei sacrifici; io non ho più il “mio” tempo libero. I miei figli mi seguono ovunque io vada quando abbiamo il “nostro” tempo libero e questo è il mio stile di vita, di cui io sono assolutamnete felice. Ho messo in un cassetto tutti i miei hobbies e passatempi e spero di poterli tirare fuori quando loro saranno al college e io in pensione!

In Italia lavoro e famiglia sono due aspetti che non vanno molto d'accordo. Come gli Stati Uniti aiutano e supportano la carriera e la formazione di una famiglia?
Parlando con amici e colleghi in Italia vedo ancora pochissimo supporto. Quando ho accettato il lavoro alla Università del Texas, dove mi trovo tuttoggi, rimasi molto sorpresa quando il nostro chairman, il Dr. Courtey Townsend, famoso chirurgo di cui io leggevo le publicazioni quando ero uno studente di medicina, ci disse di trovare casa vicino all’ospedale in modo da poter arrivare velocemente dai nostri bambini appena finito il lavoro. Rimasi, appunto, molto colpita da questo commento e altri colleghi mi confermarono la sua grande attenzione alla serenità familiare. Io in America ho trovato un grandissimo rispetto per le donne che lavorano e non mi sono mai sentita discriminata o penalizzata dal fatto di avere una famiglia così complessa. Nel mio lavoro ho sempre notato che le donne che hanno anche una famiglia guadagnano più stima e rispetto da parte dei colleghi, capi, ecc. E’ come se fosse una marcia in più, una migliore capacità di gestione, di organizzazione, che viene molto apprezzata. Donne che gestiscono una famiglia e un lavoro vengono subito identificate come dinamiche, risolutrici, multifunzionali, razionali, pratiche e tutto ciò viene visto come un grande vantaggio per il lavoro. Il rettore dell’Università dove lavoro (University of Texas) ha mandato un messaggio a tutta l’Istituzione (12,000 persone) che mi ha commossa, dicendo di essere lui per primo orgoglioso del mio successo nel fare due ”lavori” cosi’ importanti ed impegnativi. Non credo che in Italia ci sia ancora questa visione. Spesso donne che stanno per avere un figlio stanno anche per rinunciare al proprio lavoro e, soprattutto a certi livelli, la “single” in carriera sembra avere molti piu’ numeri e possibilità di una mamma.
Inoltre in America comincio a vedere una grande rivalutazione della famiglia, cosa che si era un po’ persa e di cui gli americani riapprezzano l’importanza. La mamma spesso lavora ma è anche molto presente a casa, dove c’è anche una grande collaborzione da parte della figura maschile. Negli ultimi vent'anni ho visto spesso l’Italia seguire l’America e spero veramente che il mio Paese sia in grado di mantenere prima di tutto la struttura familiare, apprezzando inoltre l’enorme lavoro di donne eccezionali e compagni altrettanto eccezionali che riescono a gestire la propria professione e la famiglia.

Ci spiega in poche parole di che cosa si occupa?
Io dirigo il centro di trapianti cellulari e la ricerca nei trapianti all'UTMB (University of Texas Medical Branch). Per quanto riguarda il trapianto cellulare il mio più grande interesse è il trapianto di insule pancreatiche per la cura del diabete. Questo consiste nel trapiantare solo le cellule che producono insulina. Le cellule vengono estratte da un pancreas e  trapiantate nel fegato del paziente diabetico e il trapianto di per sé si fa in anestesia locale in circa 20, 30 minuti. Nel mondo dei trapianti questa è una tecnica relativamente nuova e sta raggiungendo risultati sempre migliori. Mi occupo anche di trapianti di altre cellule, incluse le cellule staminali, ma per ora ad un livello più sperimentale. Come direttore della ricerca mi occupo di tutti quei settori in cui i trapianti si possono sviluppare. Alcuni esempi sono l’induzione della tolleranza (far sì che manipolando il sistema immunitario, il ricevente non rigetti il trapianto e quindi non ci sia bisogno di prendere farmaci per il resto della vita), la creazione di organi artificiali, e la proliferazione delle cellule che producono insulina, sempre per il diabete. Inoltre collaboro con altri ricercatori in America e in Europa a vari progetti sempre sui trapianti e su alcuni tumori.

 
Tag:  Cristiana Rastellini, University of Texas, supermom, conciliazione, diabete

Commenti

04-07-2011 - 21:30:02 - anna karenina
bella lezione dagli USA!
05-07-2011 - 06:44:52 - Mamma&Lavoro
Grazie per la bella testimonianza, ho pubblicato il link dell'intervista anche sul Gruppo di Mamma&Lavoro presente su Linkedin. Patrizia
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