Argentina

Dal patriarcato al matrimonio gay in appena due secoli

di Stefano Magni

Pubblicato lunedi, 26 luglio 2010

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Benché non vi sia stata alcuna rivoluzione, né alcun visibile movimento femminista, l’Argentina, nel corso dei secoli, è passata dall’essere una nazione in cui le donne erano considerate una proprietà privata del marito ad una in cui anche il matrimonio omosessuale è parificato a quello etero, come sancito da una legge approvata il 14 luglio scorso.

Occorre fare un passo indietro nel tempo per capire bene le dimensioni di questo cambiamento. In origine, quando l’Argentina era una colonia spagnola, la legge civile e familiare era ricalcata da quella spagnola. La donna era letteralmente proprietà del padre, poi, una volta sposata (solitamente tra i 15 e i 18 anni) del marito. Non poteva ereditare, non poteva ricoprire incarichi di rilievo, né politici né economici. Nel 1801, un nuovo giornale illuminista, il Telegrafo Mercanble, iniziò a sostenere la causa dell’educazione secolare delle donne, soprattutto per renderle “stabili nelle loro emozioni, così che possano diventare delle madri migliori e delle affidabili compagne dei loro uomini”. Come si può vedere, in base agli standard attuali, c’è ben poca emancipazione in queste parole. Ma era già un passo avanti.

Una volta indipendente dalla Spagna, l’Argentina adottò nuove leggi. In base alle quali le donne non erano più considerate come proprietà dei loro mariti, ma equiparate ai minori e ai minorati mentali: sotto la tutela dell’uomo. E’ nei primi decenni di indipendenza, tuttavia, che qualcosa inizia a muoversi. O meglio: che qualcosa viene mosso da uomini influenti per permettere alle donne di avere una prima visibilità. Bernardino Rivadavia è il nome del fondatore della Sociedad de Beneficencia. Nata nel 1823 era la prima organizzazione filantropica destinata ad essere guidata solo da donne. Il suo ruolo era quello di gestire tutta una serie di attività che, fino a quel momento, erano monopolizzate dalla Chiesa, come asili, orfanatrofi, ospedali, case per ragazze e donne indigenti. La filantropia fu la prima attività puramente femminile. Ma non svolse alcun ruolo a favore dell’emancipazione. La donna altruista dedita alla carità pubblica era tendenzialmente conservatrice nei valori.

L’eguaglianza dei diritti arriverò solo nel 1869, ma rimase tendenzialmente sulla carta. La donna continuò ad essere trattata come cittadina di serie B fino alla metà del ‘900.

Il movimento di emancipazione ebbe una spinta fondamentale solo con Evita Peron, moglie del presidente Juan Peron, al vertice del Paese dal 1946 al 1952. In questo brevissimo arco di tempo che si interruppe con la sua morte, Evita rifondò il ruolo della donna. Già attrice radiofonica di successo, ebbe un ruolo fondamentale nella campagna elettorale che portò alla vittoria del marito e fu la prima donna ad apparire in pubblico in un ruolo politico (sia pure solo in quello di moglie di un candidato). Sin dal primo giorno da first lady rimise mano alle organizzazioni sociali femminili. Respinta dalla Sociedad de Beneficencia, a causa del suo passato di attrice, decise di tagliarle i fondi pubblici e di istituire la sua Fondazione omonima. Che nel giro di pochi anni divenne un vero impero economico, capace di sostenere gran parte del nascente stato sociale argentino. Nel 1949 Evita premette per l’approvazione del suffragio universale femminile. Dopodiché fondò il Partito delle Donne Peroniste, il primo movimento femminile di massa nel paese, con mezzo milione di iscritti nei suoi ranghi.

Le tappe principali dell’emancipazione erano state così compiute. Ma un altro drammatico capitolo doveva attendere il movimento femminista: la dittatura militare che prese il potere nel 1976 cercò di imporre nuovamente il ruolo tradizionale della donna. Il maschilismo della “Junta” fu comunque un punto debole. I militari sottovalutarono le prime mosse di un piccolo movimento di opposizione, formato dalle madri dei “desaparecido” (i dissidenti fatti sparire dalla circolazione dal regime). E in breve le “Madri di Playa de Mayo” (dal nome della piazza dove si svolse la loro prima manifestazione del 1977) divennero il punto di riferimento per eccellenza del dissenso contro la dittatura militare. Fu un’altra donna, Margaret Thatcher, a dare il colpo mortale al regime, reagendo militarmente all’occupazione delle isole Falkland nel 1982.

Con il ritorno alla democrazia, dal 1983 in poi, i diritti delle donne sono stati rispettati secondo gli standard dei Paesi europei e nordamericani. I problemi restano connaturati in una società ancora profondamente maschilista, però. Secondo un impressionante rapporto di Amnesty International di appena due anni fa, una donna ogni due giorni muore a causa di violenze domestiche. Il 60% delle vittime sono minorenni. Solo il 10% dei criminali viene arrestato. La Corte Suprema, nel 2008, ha inaugurato una sezione a parte, l’Ufficio per la Violenza Domestica, che nei soli primi due mesi di attività, ha registrato più di 1000 casi.

I governi, fino ai primi anni 2000 hanno sempre scoraggiato l’uso dei preservativi. Incoraggiando, invece, famiglie numerose con incentivi pubblici. L’aborto è tuttora proibito, se non per motivi molto gravi: quando la madre è vittima di uno stupro o quando è in pericolo di vita.

Si può dunque capire come la legalizzazione del matrimonio gay giunga in una società così conservatrice come un “fulmine a ciel sereno”. Ma gli argentini saranno pronti ad accettare un nuovo tipo di famiglia omosessuale?
 
Tag:  Argentina, matrimoni gay, Evita Peron, Madri Playa de Mayo, violenze domestiche

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