Iran

Le donne sono la prima risorsa del Paese. Ma non possono esprimerlo

di Stefano Magni

Pubblicato sabato, 1 maggio 2010

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Le manifestazioni contro il regime iraniano coinvolgono una altissima percentuale di donne. L'icona della protesta anti-regime è una ragazza, Neda Soltan, uccisa da un colpo di arma da fuoco durante una manifestazione a Teheran, il 20 giugno 2009. In Iran il paradosso è grande: la popolazione femminile è la più istruita e informata, oltre a costituire la maggioranza numerica.
Il 94% delle donne (contro l’80% dei loro concittadini maschi) ha un’istruzione superiore. Il 60% della popolazione studentesca universitaria è costituita da ragazze. Artiste affermate come la regista Samira Makhmalbaf e la scrittrice e disegnatrice Marjane Satrapi, donne politiche come Zahra Ranavard, il premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, avvocato e attivista per i diritti umani, sono solo la punta dell’iceberg di un popolo iraniano rosa impegnato, colto, dinamico. Ma allo stesso tempo perseguitato e segregato dalle autorità. In attesa di una rivoluzione che le liberi, a quante e quali vessazioni sono sottoposte le iraniane?
In Parlamento sono rappresentate, ma restano un’esigua minoranza. Nel secondo esecutivo costituito da Ahmadinejad è entrata una donna, per la prima volta: Marzieh Vahid-Dastjerdi, ginecologa. Altre due ministre, proposte da Ahmadinejad, sono state bocciate da un Parlamento ancora più conservatore del suo presidente integralista.
La scelta di Ahmadinejad, più che un’apertura al mondo femminile, è una sua chiusura: è la dimostrazione che anche le donne vogliono l’apartheid. La Dastjerdi è infatti una campionessa del conservatorismo nei costumi e sostenitrice della separazione fra i sessi.
Sotto il presidente attuale, la legge coranica (sharia) viene applicata in modo ancora più restrittivo nelle sue parti che prescrivono la differenza dei diritti femminili rispetto a quelli maschili. La lapidazione per le adultere è tornata ad essere frequente, soprattutto nelle campagne. Una donna non potrà mai diventare giudice e, in un processo, la sua testimonianza vale la metà rispetto a quella di un uomo. Il risarcimento che spetta alla famiglia di una vittima di reato viene dimezzato, nel caso in cui la vittima sia femmina. Nelle cause di divorzio, eredità e custodia dei figli, la donna iraniana gode di diritti inferiori rispetto agli uomini. Nelle città amministrate da sindaci conservatori, non può neppure muoversi liberamente: giardini pubblici, autobus e persino ascensori per soli maschi le sono preclusi. Se non le piace questo sistema, comunque, non può emigrare liberamente: non può esserle dato il passaporto senza l’autorizzazione di un parente maschio o di suo marito. Non può vestirsi come vuole: quando è fuori di casa deve essere coperta da uno chador (velo) nero. Una ciocca di capelli fuori posto, o un velo di un altro coloro che non sia il nero, può costarle le bastonate della polizia o un arresto, come si è visto frequentemente nelle campagne per la “modestia del costume” lanciate da Ahmadinejad negli anni scorsi.
A quanto pare questo regime di segregazione non basta, perché dal 2008 è in discussione una legge che facilita la poligamia (il marito non avrebbe più bisogno di chiedere il permesso alla moglie prima di sposare altre donne) e in compenso vieta matrimoni con uomini stranieri, al di fuori dell’esplicita autorizzazione governativa. La legge è continuamente rinviata, ma può entrare in vigore entro l’anno. Se il regime dura fino alla fine dell’anno.
 
Tag:  Iran, lapidazione, segregazione, poligamia, Neda Soltan

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