Kirghizistan

Donne vittime della violenza della guerra. E della società tradizionale

di Stefano Magni

Pubblicato venerdì, 18 giugno 2010

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Il Kirghizistan è una terra lontana e misteriosa, di cui si è sentito parlare pochissimo, al di fuori delle notizie sui disordini che, periodicamente, ne sconvolgono l’esistenza, come in queste settimane. Conquistata dall’Impero Russo, poi Repubblica Sovietica, infine indipendente, questa terra (mai stata una “nazione” nel senso nostro del termine) al confine con la Cina, è molto spesso associata a figure femminili. Come kirghisa Madame Chauchat, immaginario personaggio nobile dell’Impero Russo, rappresentata dal grande scrittore tedesco Thomas Mann nel suo “La montagna incantata”. Madame Chauchat era il simbolo di quell’insieme di valori, quali la femminilità, l’irrazionalità, la creatività, il mistero, che Mann associava all’arte e all’Oriente.

Dopo la cacciata del presidente Kurmanbek Bakiyev, lo scorso aprile, il Kirghizistan è ora guidato da una donna, Roza Otunbayeva, politica veterana di scuola diplomatica, l’unica alla testa di una repubblica dell’Asia Centrale. Le donne hanno rappresentanti nella vita politica e negli affari. La Costituzione riconosce loro pari diritti agli uomini. La legge contro la violenza sulle donne è la più progressista della regione centro-asiatica.

Eppure, la tentazione di creare un’immagine poetica legata a questo lontano paese asiatico, è finita dopo un brusco risveglio: allo scoppio del conflitto etnico kirghisi e uzbeki nel Sud del Paese (190 morti e più di 400mila profughi già nella prima settimana), abbiamo drammaticamente scoperto quanto le donne siano ancora trattate come persone di secondo rango. Nonché le prime vittime delle violenze.

Testimonianze di profughe, intervistate da Radio Free Europe, rivelano che i soldati alla frontiera chiedono il pizzo per permettere alla gente di varcare la frontiera con gli stati confinanti. Ma agli uomini chiedono 500 dollari, alle donne 2000. Perché, come spiega una di loro: “I soldati ci hanno spiegato che noi siamo donne, mentre i nostri amici che avevano pagato meno sono uomini. Visto che tutte le donne uzbeke, in questi giorni, vengono stuprate, il prezzo maggiore ci garantisce non solo di arrivare vive alla frontiera, ma anche inviolate”.

Anche prima della guerra, le donne kirghise non se la passavano bene, nonostante la tutela di pari diritti da parte della legge. Un recente rapporto di Human Rights Watch (del 2006) rivelava quanto il governo ignorasse o chiudesse un occhio su fenomeni quali: violenza domestica e rapimenti di donne per costringerle a matrimoni combinati. “La polizia kirghisa” – raccomandava la direttrice di Human Rights Watch per l’Asia Centrale, Holly Cartner – “ha l’obbligo di assicurare alla giustizia chi rapisce una donna o le fa violenza nelle mura domestiche. Ma nella maggior parte dei casi, non li considera come dei crimini rilevanti”.

Se la vita non è facile per le donne eterosessuali, per quelle omosessuali, così come per i maschi gay e i transessuali, è letteralmente impossibile. Sempre Human Rights Watch, in un suo report del 2009 (“Queste umiliazioni quotidiane: violenza contro lesbiche, bisessuali e trans gender in Kirghizistan") parla di pestaggi, matrimoni eterosessuali forzati, torture fisiche e psicologiche ai danni dei gay. Il governo, non solo non li ha mai protetti , ma ha permesso alla polizia di creare difficoltà ad associazione in difesa dei diritti dei gay. Una di queste, la Labrys, aveva subito un raid senza preavviso e senza alcun rispetto dei suoi diritti di libertà di assemblea ed espressione.

Molte persone intervistate per il rapporto, riferiscono di aver subito violenze sessuali come punizione per “non essersi conformate alle norme sessuali”, o per “essere guarite dalla differenza”. Una lesbica riferisce di essere stata rinchiusa in una stanza, dove è stata violentata da numerosi uomini. Questi uomini le avevano promesso: “che mi avrebbero aiutata, mi avrebbero guarita dalla mia omosessualità”.

Come in molti altri casi di comunità tradizionali, anche in Kirghizistan il peggior persecutore della donna non è lo Stato, ma la società. E la guerra civile, che sta lacerando il Paese, non promette niente di buono per il prossimo futuro.
 


Tag:  Kirghizistan, ex Urss, rapimenti donne, violenza domestica, gay

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