Messico

Un paradiso per i turisti. Un inferno per le donne

di Stefano Magni

Pubblicato giovedì, 3 giugno 2010

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Nel mondo, fra i numerosi inferni delle donne ce n’è uno che è solitamente conosciuto solo come un paradiso per i turisti di tutto il mondo: il Messico.
Se uno guarda solo ad un aspetto, quello politico e legale, il Messico non dovrebbe essere un problema per le donne che ci vivono. La sua Costituzione, infatti, sancisce la piena parità dei diritti per uomini e donne. Secondo l’indice della libertà politica e civile di Freedom House, è un Paese libero sotto ogni punto di vista. Il problema non è nella politica. E’ nella società. Un maschilismo primitivo, probabilmente ereditato dalla cultura della colonizzazione spagnola e mai del tutto superato, fa sì che i diritti delle donne, la loro individualità, il loro stesso corpo non siano rispettati da nessuno.
La violenza domestica e l’abuso sessuale sono molto diffusi e (quel che c’è di peggio) i colpevoli restano impuniti il più delle volte. Un'inchiesta condotta dopo che i poliziotti avevano torturato e violentato 26 donne carcerate a San Salvador Atenco, ad esempio, si è conclusa in un nulla di fatto.  Il Messico resta uno dei peggiori Paesi in fatto di tratta delle donne. Vicino alla frontiera settentrionale ci sono dei veri e propri buchi neri, come Ciudad Juarez, dove le donne spariscono, sono inghiottite nel “nulla” senza mai più ricomparire. Molte vengono ritrovate: morte. E’ da 15 anni che Ciudad Juarez rimane un luogo pericolosissimo e il “fenomeno” non accenna a diminuire: 35 donne sono state rapite nel corso del 2009, secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International.
In un Paese in cui la violenza sessuale è così diffusa, cresce la domanda di aborto. Il governo ha recepito questa tendenza nel 2007 liberalizzando l’interruzione di gravidanza. Ma questa riforma si è scontrata con molte opposizioni locali: 17 stati su 31 che compongono la federazione, hanno infatti votato emendamenti alla loro costituzione, per sancire il diritto alla vita sin dal momento del concepimento. E dunque proibire l'aborto in ogni circostanza. Il governo centrale, alla fine dell’anno scorso, ha pubblicato una direttiva in base alla quale una donna che ha subito uno stupro ha diritto di accedere alle informazioni sull’aborto legale. Ma anche in questo caso, gli stati anti-abortisti tuttora non intendono applicare questa direttiva, permettendo ai medici di nascondere tutte le informazioni utili per la vittima che intende interrompere la sua gravidanza.
Sono molto forti e numerose le resistenze dal basso, culturali, all’interruzione di gravidanza, anche dopo i peggiori casi di violenza. Nel 1999, ad esempio, una ragazzina di 13 anni, Paulina Ramirez, incinta dopo uno stupro, si era vista negare la pillola del giorno dopo, nonostante nel suo stato (Baja California) fosse legale. Il caso era finito alla Corte Inter-americana per i Diritti Umani, che nel 2005 aveva imposto il risarcimento. Solo dopo cinque anni, cioè il 31 maggio scorso, una nuova sentenza dalla Corte Suprema messicana (dopo un lungo e intenso dibattito) vieta agli ospedali di negare la pillola del giorno dopo.
Sono ancora innumerevoli i casi in cui la donna, dopo che il suo corpo è stato violato, è anche obbligata a conservare e far crescere il “frutto del peccato”.
 


Tag:  Messico, violenza sessuale, Ciudad Juarez, aborto, tratta delle bianche

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