Una piccola pietra nel muro iraniano

L'icona di Sakineh, la donna che rischia la lapidazione, ha sfondato una barriera di silenzio

di Stefano Magni

Pubblicato martedi, 14 settembre 2010

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La sospensione della lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani è certamente una vittoria. Una vittoria più mediatica che giudiziaria. Perché la pena è solo sospesa, ma l’effige di Sakineh, affissa sulle facciate dei centri della politica italiana e francese, per la prima volta, ha bucato un muro di silenzio.

Abbiamo tutti potuto vedere - finalmente - come funziona la “giustizia” iraniana. Abbiamo visto quanto la donna non abbia potuto difendersi. Prova ne è l’odissea dell’avvocato di Sakineh, l’uomo grazie al cui impegno il caso è diventato famoso in tutto il mondo. Mohammad Mostafaei, è dovuto fuggire in Norvegia e solo dopo mesi ha potuto ricongiungersi con i suoi cari, nel suo esilio “volontario”. Amnesty International, già il giugno scorso, segnalava che le autorità dell’Iran stavano braccando l’avvocato, accusato di “propaganda” e “cospirazione ai danni della sicurezza dello Stato”. Imprigionato per una settimana nel carcere di massima sicurezza di Evin, torturato, privato di ogni difesa legale, Mostafaei è stato rilasciato il 1° luglio. Il suo arresto, avvenuto senza alcun ordine da parte di un tribunale, è stato una sorta di “ammonizione”. Per non subire altre pressioni, l’avvocato di Sakineh ha dovuto lasciare il Paese e riparare in Turchia. Alla fine di luglio, però, la persecuzione si è trasferita sulla sua famiglia rimasta a Teheran. Il 24 di quel mese, infatti, moglie e cognato erano stati arrestati. Rilasciati anch’essi, vivi in cambio dell’esilio. Mostafaei ha chiesto asilo politico al governo di Oslo alla fine di agosto e almeno è riuscito a ricongiungersi là con la moglie e la figlia di sette anni. La famiglia dell’avvocato esprime serie preoccupazioni per il futuro. La loro permanenza in Norvegia, a migliaia di chilometri da casa, è ancora incerta. Il nuovo legale di Sakineh, l’avvocato d’ufficio Houtan Kian, ha già subito a sua volta una perquisizione e un sequestro di documenti da parte delle autorità di Teheran.
Sakineh non è un caso unico. Pochi sanno chi è Azar Bagheri, condannata a morte per un reato che avrebbe commesso a 14 anni. Pochi hanno sentito parlare di Mariam Ghorbanzadeh costretta ad abortire al sesto mese di gravidanza prima di essere lapidata. Perché una lapidazione di una donna incinta viola i precetti della legge coranica. Un’altra donna incinta, invece, è stata impiccata in pubblico. Ed è stata anche filmata, e il video diffuso su Intenet. Ma “non ha fatto notizia”.

Perché mobilitarsi solo per Sakineh e non per tutti gli altri casi analoghi, o ancor più gravi, di ingiustizia iraniana? Perché condannare un dettaglio e non un sistema, quello iraniano, che si fonda su una legge ingiusta? Iniziare tardi e solo per un caso è sempre meglio che tacere. La mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale e della diplomazia europea (Francia e Italia in testa) per la salvezza di una delle tante donne che rischiano la vita in Iran non è sufficiente, ma è un primo grande passo. La risposta dell’Iran è passata dall’isteria anti-europea a una marcia indietro. Prima si è scatenato il linciaggio contro i difensori di Sakineh in Francia (il sito filo-governativo Khayan ha titolato “Carla Bruni merita la morte”, tanto per citare il caso più eclatante). Poi, però, è seguita la reazione prudente delle istituzioni, compresa quella del presidente Ahmadinejad ed è avvenuta una parziale marcia indietro, culminata con la sospensione della lapidazione. E’ la dimostrazione che Teheran non è impermeabile alle critiche. Ieri in Francia si è manifestato ancora per questa donna di 42 anni, madre di due figli, che tuttora rischia la pena capitale. E’ la reazione giusta al momento giusto. La lapidazione - o un’impiccagione sostitutiva e più “umanitaria” - può essere eseguita lo stesso, non appena i media e le cancellerie di Francia e Italia smetteranno di puntare il dito su questo caso di palese ingiustizia. Le mode passano. Le passioni si raffreddano. E le macchine totalitarie si rimettono in moto. E’ per questo che occorre mantenere il caso “caldo”. Ne va della vita di una persona. Se si riesce a salvare lei, almeno lei, una piccola pietra sarà tolta dal muro iraniano.
 
Tag:  Sakineh, Iran, Ahmadinejad, Carla Bruni, lapidazione

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