È l’ora delle ragazze Alfa

Valeria Palumbo è giornalista, caporedattore centrale de L’Europeo e storica delle donne. Nel suo ultimo libro, L’ora delle ragazze Alfa racconta con una prosa veloce, vivace e istintiva, le donne, appunto, con un punto di vista innovativo e moderno. ("Veramente racconto la marcia delle donne nei campi più tipicamente “maschili” e la terza ondata del femminismo")

di Valentina Paternoster

Pubblicato giovedì, 29 aprile 2010

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L’ora delle ragazze Alfa – Valeria Palumbo – 2009 – pagg. 348 – 17 euro

Questa intervista dimostra come e quanto la giornalista abbia le idee chiare sul mondo femminile, la sua storia e il suo futuro. E, non da ultimo ("Ancora?"), lancia una bella sfida alle donne del nostro paese: siate cittadine consce dei vostri diritti. Non solo, ma ne detta anche la ricetta.

Il suo ultimo libro si apre con un primo capitolo a mio parere sorprendente intitolato “Le donne non hanno patria”. Lo sono anche le donne italiane, che ad oggi passano alla storia come le casalinghe disperate più istruite del mondo?
“Le donne non hanno patria” significa che, non essendo state considerate cittadine per secoli, non avendo cioè goduto dei diritti dei cittadini maschi (non solo il voto, ma l’accesso alle scuole, alle cure mediche, a tribunali e amministrazioni pubbliche, per non parlare di libertà di lavorare e avviare attività economiche) di fatto le donne non sono davvero appartenute ai loro Stati. Alice Schwarzer, paragonando questa loro condizione a quella degli ebrei, sottolinea però che questo svantaggio può diventare un vantaggio: il senso di “non appartenenza” può trasformarsi in capacità di non chiudersi in confini politici e culturali, ma al contrario aprirsi alla comprensione dell’altro. Quanto alle italiane, è vero: stanno al 72° posto (secondo il GEI) nel mondo per parità di diritti. Però, almeno nel Nord non siamo casalinghe (a Milano il tasso di occupazione femminile è del 58%, vicino all’obiettivo del 60% fissato a Lisbona dalla Ue). Siamo istruite, certo, ma le istruite, in Italia, sono le più giovani e quindi in genere sono disoccupate, non casalinghe. Comunque se la domanda era: ci sono caratteristiche tutte italiane nella discriminazione che patiamo ancora? La risposta è sì. Sopravvive una cultura patriarcale molto solida a cui una Chiesa, troppo presente e troppo conservatrice, continua a fare da puntello. Abbiamo una classe politica e dirigente vecchia. Abbiamo una cultura claustrofobica della famiglia. La tradizione cattolica e conservatrice e quella femminista anni Settanta si sono anche trovate paradossalmente alleate nel considerare negativamente le “carriere” delle donne, in politica e in economia. Ovvero, a tutt’oggi, l’Italia promuove poco, anche a livello culturale, l’ambizione professionale delle ragazze. Per non parlare della retorica ossessiva (e fuori dal tempo) di gran parte della classe politica su un tipo di famiglia alla Mulino Bianco che non esiste.

Il suo libro si può definire una contro-storia, che svela come le donne siano state in realtà protagoniste nel corso dei secoli. Le donne c’erano insomma, ma a scuola si studiano solo i pensatori, nessuna pensatrice. Secondo lei c’è un modo per invertire questa tendenza?
Ho provato a fare una controstoria: questa è la mia battaglia... però bisogna essere onesti: le donne sono state così ostacolate in tutti i campi che a emergere sono riuscite in poche. Poche ma ottime, direi. Il punto è che quelle poche hanno subito un ostracismo della storiografia che le ha cancellate dai manuali e dai libri di storia, oltre che dalla memoria collettiva. Come invertire la tendenza? Be’ sta accadendo, e in modo tumultuoso: mai i media, i libri, il cinema e il teatro si sono occupati tanto di donne. Io francamente non riesco più a star dietro a tutto, vuol dire che finalmente siamo al centro dell’interesse... o almeno ci stiamo arrivando.

In Italia la percezione che si ha è che le donne ci siano, ma siano sempre… al supermercato. Poca partecipazione alla politica attiva (anche se la percentuale di donne nelle amministrazioni locali è in crescita), obiettivo di Lisbona sull’occupazione femminile drammaticamente lontano (media nazionale al 46%), sistema welfare a sostegno decisamente insufficiente. Da dove dovrebbe cominciare secondo lei, la rivoluzione delle ragazze Alfa?
L’Italia come al solito è un Paese a macchie di leopardo: Milano è su standard nord-europei, la Calabria no... ma in Calabria le donne stanno diventando le boss della ‘Ndrangheta! Nonostante gli innegabili ritardi italiani, secondo me, la situazione è più articolata di quel che si pensi. In più vanno valutate due cose. Noi partivamo da una situazione particolarmente arretrata, sopra si sono aggiunti 20 anni di fascismo. Non parliamo poi dei 40 anni di governo democristiano: perfino il PCI, in fatto di donne, non è mai stato particolarmente progressista. Se pensiamo poi che il nuovo diritto di famiglia è del 1975, l’accesso alla magistratura e alle alte cariche di Stato è avvenuto dal 1963 in poi, la legge contro la violenza sessuale è del 1996, il divorzio del 1970, l’aborto del 1980, la fine del delitto d’onore è del 1981, l’accesso nell’esercito del 1999. Insomma: siamo partite molto tardi. Però stiamo andando veloci in alcuni campi: nella magistratura, nella medicina, nella ricerca scientifica, nell’amministrazione pubblica le giovani stanno per diventare la maggioranza o lo sono già. Il vero problema è il vertice, saldamente tenuto, in Italia, in tutti i campi, dagli uomini. Perdipiù anziani. Io però sono ottimista: le ragazze eccellono a scuola e non vogliono più sentire ragioni. Gli anziani, è vero, non mollano il potere, ma, dispiace per loro, dovranno farlo per forza. Per superati limiti di età. Certo è che la maternità è ancora un fattore punitivo per le donne che lavorano, in Italia... ma diciamoci la verità: con un tasso di natalità così basso è davvero il nostro primo problema?
Per risponderle meglio: non dobbiamo “cominciare”. Abbiamo già cominciato. Dobbiamo solo smettere di considerare le donne come un “genere a parte”: non siamo migliori, non siamo da proteggere, non siamo allergiche né al potere né alla gloria. L’importante è rimuovere tutti gli ostacoli (e ce ne sono: per esempio il fatto che anche gli anziani gravino sulle spalle delle donne, che gli uomini non aiutino in casa, che nei partiti e nelle amministrazioni pubbliche non si impongano le quote) perché tutti possano accedere alla stessa linea di partenza.

Lei sostiene nel corso del libro che è iniziata una terza età del femminismo, un fenomeno che rispecchia i tempi: le donne conquistano potere sul lavoro ma sono tra di loro scoordinate, disunite. Come cercare di coordinarle affinché ottengano attenzione?
Non ho detto io che sono “scoordinate”: lo dicono soprattutto le femministe del movimento storico. E in parte hanno ragione. Solo che io, alle imprenditrici che dicono: “E’ una vergogna che ci sia solo il 6% di donne nei consigli d’amministrazione che contano”, rispondo sempre: “Provateci voi, in un paese con due milioni di disoccupati, a portare le donne in piazza per una questione del genere”. Voglio dire: occorrerebbe restare unite su questioni che riguardano tutte, ma sulla conquista dei posti chiave in economia e in politica temo sia più difficile un’azione di massa. Detto questo, l’Italia ferve in questo momento di associazioni femminili e femministe. Non c’è più il vecchio movimento, ma la mia opinione è che la storia cambia e quindi ha anche bisogno di forme nuove di battaglia e di impegno. A me piace molto il fermento che c’è adesso: poco ideologico, poco schematico, molto concreto.

Al convegno “L’Italia è al 72° posto nella classifica mondiale delle Pari Opportunità. Che fare?” tenutosi alla Casa della Cultura a Milano lei ha affermato che le donne devono avere più “passione per il potere”, concetto più volte ribadito anche nel suo libro. Ma pensa che sia una dote innata o che la si possa anche insegnare?
Non credo che esistano caratteristiche femminili universali, ossia valide per tutte e in tutte le epoche e tutti i luoghi. Ci sono donne che adorano il potere (ci sono sempre state), ci sono donne che amano le battaglie condivise, ci sono idealiste e ciniche, ci sono le Carmen Polo (la feroce moglie del dittatore Francisco Franco) e le Simone Veil. Lo ripeterò sino allo sfinimento: non siamo foche da salvare dall’estinzione, distinte solo dal colore del mantello. Siamo più della metà della popolazione umana: incorporiamo tutta la gamma dei comportamenti e delle vocazioni. Personalmente detesto la guerra ma trovo ridicolo dire che le donne siano contro la guerra: ha mai contato quante donne ci fossero a inneggiare Mussolini mentre annunciava di averci lanciato nel baratro del conflitto mondiale? E le palestinesi o le cecene che si fanno saltare o spingono i figli a farlo? Le donne uccidono, da sempre, e spesso per motivi politici. A volte per il solo gusto di uccidere.
Per concludere: non va insegnato il “gusto del potere”, credo. Piuttosto va diffusa tra ragazzi e ragazze la passione per la politica davvero democratica, per la solidarietà e l’impegno verso gli altri. Va restituito a tutti i giovani il senso della politica come servizio. Non è un problema di genere, direi. Credo che vada riconosciuto alle ragazze il diritto a una “sana ambizione” ovvero all’entusiasmo e alla tenacia nel raggiungere i propri obiettivi e veder riconosciuti i propri talenti.


Tag:  Valeria Palumbo, ragazze Alfa, Pari Opportunità, donne, femminismo

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