Dirigenti disperate

Un libro diviso in due - un po' come la vita delle donne del XXI secolo - che apre tante questioni

di Valentina Paternoster

Pubblicato lunedi, 24 maggio 2010

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Courtesy of Chiara Lupi - casa editrice ESTE

Chiara Lupi è direttore editoriale della casa editrice ESTE, specializzata in pubblicazioni per l'mpresa. Ma è anche una donna in carriera e una madre. Combattiva ed entusiasta, ha risposto alle nostre domande sul suo libro "Dirigenti Disperate" (Edizioni ESTE), un mix tra la teoria dei numeri e la pratica della vita quotidiana.

Titolo molto accattivante. Ma le donne sono davvero manager disperate?
E' giusto partire dal titolo. Perché incarna lo spirito con il quale ho voluto affrontare un tema molto serio. Le donne che devono conciliare un percorso professionale o imprenditoriale con gli impegni familiari sono in difficoltà. L’importante però è evitare di piangersi addosso e affrontare i problemi con uno spirito un po’ scanzonato. Del resto questo è uno dei difetti di noi donne…ci prendiamo troppo sul serio, siamo malate di perfezionismo, piene di sensi di colpa. Un po’ di leggerezza non guasta.

Il suo libro si suddivide in due parti: una parte riflessiva, la seconda invece più concreta. Penso che sia un buon mix per parlare delle donne in carriera: qual è l’immagine che ne emerge?
Emerge forte e chiaro il messaggio che le donne che ho intervistato ci vogliono trasmettere: non bisogna difendere il lavoro a tutti costi, ma il lavoro che si fa con passione si. E cercare di non trovarsi al bivio: dover scegliere tra carriera e famiglia vuol dire avere già perso.  Le donne, invece, devono proseguire nel cammino della propria realizzazione professionale, se desiderano farlo. Mettendo in conto che avranno percorsi di carriera che si svilupperanno in tempi diversi. Perché la maternità, ad esempio, impone degli stop.

Al termine della lettura del libro io, giovane donna non-mamma, ho pensato: “Yes, we can. Però…”. Quali consigli darebbe alle ragazze, brave e preparate, sulla via della conciliazione lavoro-famiglia-vita?
Le donne che desiderano conciliare impegno professionale e famiglia devono essere disposte a delegare tutte quelle attività legate alla dimensione domestica che rubano energie preziose. Devono quindi mettere in conto un investimento economico (da condividere ovviamente con il proprio partner) che consenta di poter contare su appoggi indispensabili per chi vive tutto il giorno fuori casa. In secondo luogo, a casa esattamente come in ufficio, scegliere bene i propri collaboratori e imparare a fidarsi. Se delegheremo la cura dei nostri figli, magari molto piccoli, a una persona che non sia di famiglia, dobbiamo poter riporre la massima fiducia nella persona che scegliamo. E scuoterci di dosso pesanti sensi di colpa che ereditiamo da una cultura che tende a colpevolizzare l’impegno femminile.

In Italia le donne sono un bacino inespresso di creatività, conoscenza, sapienza. È riuscita a capire, dalle esperienze di vita ascoltate e raccontate, qual è la strategia migliore affinché questo bagaglio non vada perduto?
Le donne stanno esprimendo, in tutti i settori che le vedono impegnate, un grande potenziale. Studiano di più e si laureano prima. E stanno popolando anche quelle facoltà per tradizione appannaggio di studenti maschi. Di conseguenza le ragazze saranno, anche per motivazioni economiche, sempre più protagoniste nel mondo del lavoro.
Certo, per molte, abbandonare la carriera alla nascita del primo figlio è una tentazione forte. Servizi inadeguati, costi proibitivi di strutture private o babysitter, scoraggiano l’impegno fuori casa. Ma qui entra in scena la volontà. Se una donna vuole impegnarsi nella professione che ha scelto supererà certi ostacoli. Sono convinta del fatto che chi sceglie la soluzione più ‘comoda’ non abbia motivazioni forti. E quindi molto meglio si dedichi alla famiglia.

Ha un suggerimento da dare alle neomamme costrette a lasciare il lavoro, ma con tanta voglia di tornare sul mercato e mettersi in gioco?
Come dicevo, non credo molto nella ‘costrizione’ a lasciare il lavoro. Gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione erano impensabili solo 15 anni fa, quando è nato il mio primo figlio. Le aziende sono sempre più disponibili ad accordare flessibilità e la tecnologia aiuta a mantenere i contatti con l’azienda. Certo, se si desidera più tempo da dedicare ai propri affetti bisognerà accettare di rinegoziare magari la propria posizione per un periodo o accordare una disponibilità inferiore in termini di tempo. Poi, superata la fase critica e trovato l’equilibrio che ci è congegnale, consiglio di dedicarsi alla propria passione. Perché il segreto è questo: il confine tra vita privata e vita lavorativa è sempre più sfumato. Se la professione che abbiamo scelto coincide con la nostra passione avremo anche una percezione differente del concetto di sacrificio.


Tag:  Dirigenti disperate, ESTE, Chiara Lupi, donne, lavoro

Commenti

24-05-2010 - 12:22:00 - BOBBY
Sono un uomo, ho letto il libro e ne sono rimasto folgorato. Ne ho comprate 15 copie da regalare ad altrettanti maschietti che lavorano con me. Da consigliare!
26-05-2010 - 19:22:00 - Blanca
E se invece l'azienda ti licenzia alla nascita di tuo figlio cosa significa? Che non avevi abbastanza passione per tenerti stretto il posto di lavoro? Scusatemi, ma le conclusioni a cui Chiara Lupi arriva mi sembrano un po' semplicistiche...
27-05-2010 - 10:42:00 - No Name
Rispondo alla lettrice che lamenta conclusoni semplicistiche: che nel nostro Paese la maternità sia considerata un ostacolo e le aziende licenzino o non rinnovino i contratti è una realtà. Che peraltro non fa onore a chi gestisce con questa filosofia le nostre imprese. Detto questo, il problema che io pongo è un altro. Come mai in Italia lavora una percentuale di donne che non raggiunge il 47%? (Una delle percentuali più basse di tutta Europa). Come mai nel nostro Paese le donne spariscono dal mondo del lavoro alla nascita del primo figlio? Come mai ancora in tante si pongono il problema della scelta tra famiglia o carriera? Dire che se lo possono permettere, questo sì è semplicistico. Spesso accettano posizioni che le penalizzano per paura di non farcela. Ed è su questo che mi sono interrogata nel mio libro. Ed è qui che ho cercato delle risposte.
27-05-2010 - 21:42:00 - Blanca
Buonasera Chiara, di nuovo mi sembra che la sua risposta non colga appieno il problema: ha mai pensato perché la percentuale delle donne che lavora in Italia è solo del 47%? Non crede che molte laureate/masterizzate sarebbero ben contente di trovare un impiego, contribuendo quindi ad innalzare tale percentuale, ma sono a spasso, perché un lavoro non lo trovano? Sa che anche molte delle donne che spariscono "spintaneamente" dal mondo del lavoro dopo il primo figlio sono laureate/masterizzate, che sarebbero ben liete di tornare a lavorare con enorme passione e dedizione, però non possono farlo, perché in quanto madri vengono considerate delle appestate? E' una donna anche lei. Non ci/si sottovaluti. Le donne non hanno quasi mai paura di non farcela. Semplicemente non si consente loro di farcela, cioè di esprimere appieno il loro potenziale, e le si mette in un angolo, dove danno meno fastidio.
09-06-2010 - 21:42:00 - Chiara Lupi
Mi fa piacere alimentare il dibattito. Ma stiamo affrontando due temi differenti. Il problema della donna/mamma che viene rifiutata o espulsa dal mondo del lavoro è un problema che esiste, ma non è il tema che ho affrontato. Mi sono dedicata a tutte quelle donne/mamme, mi creda sono tante, che temono di non reggere gli sforzi che una carriera comporta, in aziende modellate al maschile. "Sono molte le donne che vorrebbero fare il chirurgo ma spesso rinunciano a sposarsi o fare figli per non rischiare la carriera" leggo ad esempio in un articolo pubblicato su Panorama del 10 giugno. Le donne che hanno paura di non farcela ci sono eccome, sono molte più di quanto lei non creda. A queste mi rivolgo per dire che la conciliazione è possibile, che fare carriera e gestire una famiglia, anche numerosa si può.
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