Donne del pubblico impiego in pensione a 65 anni: è vera parità?

L’Unione europea ci ha intimato nuovamente di innalzare a 65 anni l’età pensionabile per le donne del pubblico impiego al pari dei colleghi maschi

di Silvia Menini

Pubblicato lunedi, 14 giugno 2010

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Emma Mercegaglia, presidente di Confindustria, ha concordato con la richiesta dell’Ue al governo italiano di anticipare al 2012 l’equiparazione dell’età donne-uomini per le pensioni di vecchiaia nel pubblico impiego, sottolineando come è un passaggio naturale dettato dall’innalzamento dell’età di vita e dalla necessità di “fare cassa”. Nel pubblico impiego in Italia ci sono infatti 62 operatori su mille residenti, di cui la metà donne, contro i 39 della Germania, 50 della Francia e 70 del Regno Unito, dove le donne sono in numero molto maggiore degli uomini.

La vera differenza tra noi e il resto d’Europa è che, in materia di occupazione femminile, hanno programmi che sostengono le famiglia, maternità e pari opportunità in modo egregio. A questo punto si deve ricordare che l’Italia è il paese con il minor numero di donne occupate, ha uno dei più bassi indici di natalità e la più bassa percentuale del Pil destinata al sostegno delle famiglie. I servizi e le opportunità, oltre che le norme a sostegno delle donne lavoratrici non sono certamente a livello europeo. In Europa le donne guadagnano allo stesso livello dei collegni uomini e ricevono sostegni economico-finanziari oltre a servizi sociali adeguati, asili nido e scuole pubbliche di ottima qualità.

Il cambiamento coinvolge per ora solamente le donne del pubblico impiego ma tutto fa presupporre una successiva estensione ad ogni lavoratrice. Una riflessione legittima è quella relativa al potenziale ricambio generazionale che, in questo modo, viene rallentato ancor di più, incrementando le difficoltà per le giovani che si affacciano al mondo del lavoro.
Molti sostengono che l’Unione Europea si stia prodigando contro la discriminazione verso le donne e che in questo modo si potrà raggiungere la piena uguaglianza tra i sessi, come del resto avviene già in molti altri paesi europei (Germania, Francia e Regno Unito) dove per i lavoratori l’età pensionabile è già, indistintamente, di 65 anni e si prevedono anche innalzamenti futuri obbligatori e facoltativi.

Il vero passo da fare per risolvere il problema della parità di diritti tra uomo e donna dovrebbe essere il concedere un vero aiuto nella gestione dei tempi di lavoro e familiari. La soluzione finora adottata, e cioè i 5 anni di vantaggio sugli uomini, segue più il concetto errato “poichè le donne accudiscono i figli, si occupano della casa, etc..è giusto che vadano in pensione prima”. Ma tale norma non ha alcun rigore logico, in quanto le donne non hanno bisogno di essere esonerate in anticipo dall’attività lavorativa, ma di avere flessibilità nella gestione del tempo quando diventano madri e ancor di più garantire parità di opportunità a livello di carriera e stipendio.

Si dovrebbero quindi cambiare le regole e riconoscere la donna in quanto madre e donna di famiglia durante l’intero arco di vita lavorativo, altrimenti si rischierebbe di ricreare una ingiustizia come è stato finora.


Tag:  età pensionabile, UE, donna, parità, pari opportunità

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