Donne e futuro?

Maria Silvia Sacchi, giornalista ed esperta di leadership al femminile, ha rilasciato a MRS una bella intervista che anticipa molte delle tematiche trattate nel convegno di Savona

di Valentina Paternoster

Pubblicato venerdì, 24 settembre 2010

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In occasione del convegno Donne e Futuro, organizzato dall'associazione Profilo Donna, che si terrà domani a Savona, abbiamo intervistato una delle relatrici, Silvia Sacchi. Firma di uno dei maggiori quotidiani italiani, è un'esperta di argomenti di genere e di leadership al femminile. In occasione del convegno, parteciperà al'incontro “Il contributo femminile nelle professioni e nello sviluppo dell’economia”.

I suoi articoli si occupano tanto del rapporto donne/lavoro. Passata, o quasi, la crisi, qual è la situazione italiana? Come hanno reagito le donne alla crisi?
Sotto il profilo dei grandi numeri la crisi ha colpito anche le donne, interrompendo la crescita di occupazione, leggera ma continua, degli ultimi anni e che si era registrata ancora per tutto il 2008. A fine 2009 lavorava il 46,2% delle donne italiane tra i 15 e i 64 anni: oltre 12 punti percentuali in meno della media Ue a 27 (58,6%).
La crisi ha, dall’altra parte, però, messo l’accento sulla necessità di utilizzare tutti i talenti disponibili. È anche per questo che ora si parla così tanto dell’apporto delle donne all’economia. Nella ricerca dei motivi che hanno portato alla crisi economica mondiale, infatti, c’è chi ha sottolineato come alla guida delle società che hanno avuto i problemi maggiori ci fossero uomini e non donne (con il commento, divenuto famoso, che se anziché Lehman Brothers fosse stata Lehman Sisters forse i problemi non sarebbero stati gli stessi). Diverse le donne che hanno assunto maggiori responsabilità in questo periodo, in particolare negli Stati Uniti (da Hillary Clinton segretario di Stato a Mary Shapiro presidente della Sec, l’organo di controllo del mercato Usa, fino a Elena Kagan, giudice della Corte suprema).
Ernest & Young ha calcolato che una diminuzione del gap occupazionale tra uomini e donne porterebbe a un incremento del Pil in Europa e negli Stati Uniti del 10-13%.

Un recente disegno di legge vorrebbe introdurre le quote rosa all'interno dei cda. Le quote, secondo lei, farebbero bene all'economia e alle donne?
Un periodo transitorio di quote potrebbe forse dare una svolta a una situazione, come quella italiana, che stenta a modificarsi. Oggi le donne che siedono in un consiglio di amministrazione di società quotata ancora solo il 6,7%, un numero in crescita ma sempre assolutamente minoritario. Che serva uno "scossone" lo dimostra anche un sondaggio realizzato da Corriere Economia a novembre 2009 sentendo 50 donne tra le più affermate nell' economia: ben l' 80% di loro ha detto che per sbloccare la situazione italiana non c' è che una strada: introdurre quote che consentano un bilanciamento tra uomini e donne. Solo il 14% si è detto contrario.
Il dato che faceva più riflettere di quel sondaggio era che la stragrande maggioranza di queste donne ha cambiato idea: il 72,5% era contraria alle «quote rosa» perché riteneva che fosse sufficiente essere brave e preparate. Evidentemente nel corso della loro carriera si sono accorte che invece non bastava.

Donne e potere: le donne sono buone amministratrici? Come si contraddistinguono rispetto agli uomini?
Detto che ogni persona è una persona a sé e che generalizzare è difficile, quello che si può dire è che le donne sono mediamente più istruite degli uomini (è diplomato il 49% di loro rispetto al 43% degli uomini ed è laureato – peraltro con voti mediamente più alti - il 16% contro il 13% degli uomini). Studi hanno dimostrato che dove c’è un vertice “misto” anche i risultati aziendali sono migliori: hanno un Roe (l’indicatore della performance aziendale) superiore del 10% rispetto alla media di settore e un margine operativo (indica l’andamento dell’attività industriale) quasi doppio.
Sotto il profilo dello “stile di leadership femminile” gli studi parlano di una propensione al rischio più contenuta, della condivisione delle informazioni e delle decisioni, della capacità di prevenire e gestire i conflitti, di un approccio più informale e di una maggiore attenzione ai rapporti interpersonali.

La conciliazione tra vita privata e vita lavorativa è un tema in questo momento sotto i riflettori: tutti ne parlano, nessuno però applica regole di flessibilità concrete ed efficaci. Ha incontrato casi aziendali, italiani o esteri, che possono essere elevati ad esempio?
Come abbiamo visto sopra l’Italia è uno dei Paesi più indietro per partecipazione delle donne al mondo del lavoro. E soprattutto lo è per donne in posti di responsabilità. I motivi sono diversi. In primo luogo certamente la scarsità di servizi pubblici (in Italia la spesa pubblica per trasferimenti alla famiglia è dell’1,36% del Pil, superiore in Europa solo a quella di Spagna e Gracia e solo 10 bambini su 100 trovano posto in un asilo nido sia pubblico che privato) tanto che più di un quarto delle donne si dimette dopo essere diventata mamma. L’Italia ha però anche un problema culturale legato alla concezione della famiglia che vede l’uomo lavorare e la donna occuparsi della casa e dell’educazioni dei figli (lavoro, quest’ultimo, tutt’altro che di secondo piano! Ma purtroppo scarsamente riconosciuto). Le donne, però, a loro volta hanno un problema “proprio”: davanti a una promozione spesso si tirano indietro. Si autoescludono. Si tratta di un elemento sul quale bisognerebbe riflettere di più.
Tra le aziende, si è visto che le multinazionali sono molto meglio attrezzate per consentire alle donne di arrivare fino in cima alla piramide aziendale, grazie a un complesso di meccanismi (dal diversity manager alla definizione di obiettivi di parità che poi vengono puntualmente verificati e in alcuni casi sanzionati attraverso l’aumento o la diminuzione dei bonus dei manager). Il recente dibattito sulle donne - passato da una discussione su pari diritti a una questione di competitività tra aziende e Paesi - ha però spinto anche le aziende italiane a ragionare su come attrarre e far crescere i migliori talenti. Gli esempi più citati sono quelli di Unicredit e di Banca Intesa che hanno promosso programmi interni ad hoc. Lo scorso luglio Unicredit ha anche inviato una lettera alle società di selezione del personale che collaborano con la banca chiedendo di avere, per ogni ricerca, candidati donne e candidati uomini in egual numero.

Con quale spirito ha accolto l'invito dell'avvocato Cristina Rossello, ideatrice e promotrice della giornata Donne e Futuro, a partecipare come relatrice al convegno "Il contributo femminile nelle professioni e nell'economia"? Pensa che parlarne in qualche modo serva al progresso e al cambiamento della percezione della donna nel mondo lavorativo?
In modo molto convinto. Penso che parlare e confrontarsi su questo - come su ogni altro tema - sia molto importante, anche quando le opinioni sono completamente diverse. Non bisogna avere paura del confronto.


Tag:  Profilo Donna, Donne e Futuro, Savona, Mari Silvia Sacchi, leadership

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