Interno con rivoluzione. Intervista a Maria Laura Bufano

Un romanzo di formazione d’altri tempi, maschile e femminile

di Valentina Paternoster

Pubblicato mercoledì, 14 settembre 2011

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Maria Laura Bufano è l’autrice del romanzo Interno con rivoluzione, la storia di un uomo e di una donna le cui vite scorrono separate, si intrecciano e poi si separano nuovamente. Un romanzo inusuale rispetto alla letteratura contemporanea, una narrazione di vita e di vite che si intreccia ad un pezzo di storia d’Italia con una lettura prospettica dal basso.
Noi abbiamo intervistato l’autrice, che ci ha spiegato l’origine di una storia così umana e avvincente, raccontandoni poi del suo presente di donna e nonna, studentessa in terra di Spagna.

Come è nata l'idea della storia del tuo romanzo, "Interno con rivoluzione"?
La prendo un poco alla larga. Partecipai al Movimento Femminista nei primi anni Settanta, ma non mi ci identificai totalmente. Nei primi anni il Movimento Femminista aveva molte anime: dalle posizioni più separatiste a quelle che si proponevano un cambiamento della vita di tutti, una “disalienazione” di donne e uomini. Dalla seconda metà degli anni Settanta e poi per tutti gli anni successivi, mi pare si sia ristretto in un pensiero quasi unico (parlo naturalmente dell'Italia): santificazione della donna e del passato delle femministe di allora, ormai diventate anziane.
Ho sentito dunque il bisogno di raccontare una storia “diversa” degli anni “gloriosi”. Ho dato uguale spazio – persino in termini di battute al computer – al personaggio maschile e a quello femminile. Lidia racconta la sua storia in prima persona e, come narratrice onnisciente, quella di Paolo: un omaggio agli uomini – per me molto affascinanti  – che in quegli anni hanno patito lo sconvolgimento dei ruoli e della vita, spesso dilaniati dalla voce vischiosa della foresta antica e da quella imperiosa della compagna giovane, amata, ma che appariva loro in molti momenti pestifera; e che hanno mantenuto, in questo cammino accidentato, una profonda gentilezza d'animo.  

Possiamo dire che il tuo romanzo non appartiene a nessuno dei generi letterari più diffusi. Tu come lo definiresti?
Ho voluto soprattutto celebrare la storia di una donna forse di necessità prepotente e di un uomo almeno un pochino angelicato, pur con tutte le sue drammatiche contraddizioni.
Penso che il separatismo, anche e soprattutto il più radicale, lasci le cose come sono, anzi contribuisca alla regressione. Le donne sono state modellate dall'uomo non solo per mezzo del suo potere e della sua arroganza, ma in misura, certo non inferiore, dalle mille, straordinarie e diverse figure femminili che l'immaginazione maschile ha saputo regalare anche a loro: regali avvelenati? Può darsi (io non lo penso), che a ogni modo fanno ormai parte di noi stesse. E poi le donne, in molti casi hanno esercitato un potere, nel passato, forse, inevitabile, ma non sempre buono, soprattutto sulla formazione profonda dei figli. Queste cose bisognerebbe ricordarsele sempre.

La protagonista è una donna che si emancipa, una femminista molto moderna, che non si chiude nell'autoriflessione ma che si apre al futuro. Quando hai costruito il personaggio, a chi ti sei ispirata?
Beh, da quello che ho detto prima, almeno nelle mie intenzioni, il personaggio maschile dovrebbe essere almeno ugualmente importante di quello femminile. Lidia ha certo un carattere forte. Qualche volta è un poco antipatica o almeno troppo egocentrica, come quando racconta a Paolo l'odissea gloriosa della sua vita e lui la sta a sentire a bocca aperta.
Naturalmente, come in tutto quel che si scrive, l'ispirazione sta nell'esperienza: però quella che si racconta dovrebbe diventare una storia staccata da sé. È un auspicio: se no, sai che barba!

Sei nata a Bari, sei stata insegnante, hai studiato la cultura araba e ora vivi fuori dall'Italia. Qual è la percezione che si ha ora del nostro paese all'estero?
Inrealtà a settembre mi iscriverò al secondo anno della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Cadice, nel ramo Estudios árabes e islámicos. Una pazzia della tarda età, questo secondo percorso universitario in terra spagnola, un percorso che non avrà esiti professionali per mancanza di tempo di vita, però straordinariamente vitale.
La Spagna: ammiro molto questo paese, di cui la stampa italiana parla con sufficienza. Vivono a Barcellona i miei due figli, una nuora molto amata, di carattere forte, due nipotini belli belli belli. Sono perciò continuamente in bilico fra Conil de la Frontera, dove vivo, e Barcellona.
La Spagna ha avuto la più alta immigrazione tra i paesi dell'Unione Europea e, con tutti i limiti forse inevitabili, è riuscita a mantenere una legge sull'immigrazione che non è comparabile con il quadro legislativo dell'Italia. Nei decenni della democrazia i governi spagnoli hanno integrato 800.000 gitani, che, durante il regime franchista, non furono oggetto di persecuzioni come noi le conosciamo, però erano privi di diritti. Ho scritto un piccolo saggio di raffronto fra Italia e Spagna, a proposito dell'integrazione di questa minoranza.
Di tutto questo e del fatto che la Spagna dà circa un milione e mezzo di borse di studio (e non solo a studenti con cittadinanza spagnola) e che l'obbligo scolastico qui è una cosa seria, proprio obbligatoria per tutti, spagnoli e stranieri, e che il sistema sanitario è ottimo... beh, di tutto questo nessuno parla. Purtroppo qui sta diffondendosi un'antipolitica, e non parlo degli Indignados, su cui ci sarebbe da fare un discorso molto lungo.
Che dicono gli spagnoli di noi? Un'ammirazione eccessiva per ciò che è italiano. L'Italia, secondo loro, non va bene per colpa di Berlusconi. Non si spiegano perché ce lo teniamo, se non con il fatto che siamo strani perché “artisti”.
C'è comunque molta bontà intellettuale. Come vecchia insegnante, pur sentendomi un po' bruja, ho piantato delle grane all'Università, mettendo in discussione la qualità di qualche insegnamento (i professori, qui, potrebbero essere quasi tutti miei figli, per età): mi hanno risposto con un'apertura mentale e con una morbidezza che mi ha fatto molto riflettere. Non si tratta, lo ripeto, di buoni sentimenti, ma di un'apertura mentale che potrebbe insegnarci molto.
 
Quali altri progetti hai in cantiere?
Ho scritto nel frattempo molte cose, fra cui uno strano romanzo, una specie di melodramma, però ampio, che ha per protagonisti, naturalmente, due amanti: un operaio metalmeccanico di una grande fabbrica dell'Italia settentrionale e un'insegnante di origine meridionale della scuola dell'obbligo. Figure che paiono oggi far parte di un remoto passato. Gli scenari sono quelli di diverse parti del mio paese e anche di un luogo oceanico dell'Andalusia.
Sto terminando due lavori impegnativi per la mia università e poi ho in mente, dopo, di riprenderlo per un'ennesima volta in mano. Pubblicazione? Non so. Certe volte mi pare difficile. Sto lontana dall'Italia, ma credo che anche questo mio libro, come Interno con rivoluzione, appaia nel mio paese un po' fuori moda. Vedremo.
In Spagna, certamente, il genere – nero, giallo, fantasy, ecc.- comanda molto meno: si producono libri di genere, però sono per lo più considerati letteratura di consumo. E poi non si è parlato tanto di crisi del romanzo, come da noi: un discorso peraltro sbagliato e abbastanza ipocrita, oggi. Un estetismo del negativo. Non è che quel che scrivo io finisca con nozze e feste, ma la civetteria del negativo non mi appassiona.
Tag:  Interno con rivoluzione, donne, Movimento Femminile, Maria Laura Bufano

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