Lettera aperta di Onida alle donne

Ospitiamo la lettera aperta alle donne del professor Onida, candidato sindaco alle primarie di Milano.

di Valentina Paternoster

Pubblicato giovedì, 11 novembre 2010

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Abbiamo posto al candidato sindaco alle primarie una serie di domande, e lui non solo ha detto "presente", ma ha scritto alle donne di Milano una lettera. Noi, che eravamo i primi interessati a sapere che cosa ne pensasse del 52% dell'elettorato della metropoli lombarda, la pubblichiamo volentieri, convinti di contribuire a un dibattito, a tratti retorico, che ha interessato le donne di Milano e non solo.
Non ci stiamo schierando, non è nel nostro interesse, ma abbiamo deciso di chiedere al candidato Onida alle primarie che cosa pensa delle donne e che ruolo intenderà dare loro qualora diventi sindaco.
Il professore, che nella sua carriera ha fatto tanto per le donne, decide di parlare di donne alle donne in modo elegante. E noi non ci tiriamo indietro e crediamo a nostro modo di contribuire al dibattito.
Graditi saranno tutti i commenti: perché, non dimentichiamoci che Mondo Rosa Shokking è anche terreno fertile di dibattito.
 
Care amiche,
riassumo di seguito, in pillole, il mio pensiero su ciò che si dovrebbe fare per progredire sulla strada di una comunità nella quale donne e uomini operano, lavorano, abitano e decidono con parità di diritti e uguali possibilità di sviluppo della personalità e di influenza.
Viviamo in una società che dice di avere accolto e realizzato il principio di eguaglianza “senza distinzione di sesso” e il principio di pari opportunità, e che quindi dice di assicurare i diritti delle persone, uomini e donne, in condizioni di eguaglianza. Ciò non toglie però che la nostra sia una società in cui ancora il lavoro femminile (non casalingo) è meno diffuso; in cui molte donne sopportano più degli uomini l’onere del “doppio lavoro” (professionale e casalingo); in cui nelle posizioni di lavoro le donne sono spesso meno pagate degli uomini e raggiungono più raramente e difficilmente i ruoli direttivi; in cui, soprattutto nel mondo dell’immagine e dello spettacolo, la donna è trattata come “oggetto” più spesso degli uomini; in cui  tante ragazze hanno davvero come sogno quello di diventare veline. C’è quindi ancora molto da fare per costruire un mondo visto “dalla parte delle bambine” che riequilibri antiche disparità.
Nelle istituzioni si è fatto molto ma ancora c’è molto da fare. Per quanto riguarda le istituzioni locali (il Comune), oltre a garantire rigorosamente le pari opportunità nell’ambito dell’amministrazione, credo si debbano sviluppare i servizi alla persona (nidi, scuola, assistenza, ecc.) per avere uno Stato sociale che non pretenda di delegare suoi compiti al “welfare familiare” che spesso vuol dire gravare sulle donne. C’è poi il tema dei tempi e degli orari della città, sempre nella prospettiva di rendere più facile la vita specie delle famiglie. E quello della vivibilità della città per i bambini (verde fruibile, viabilità, ecc.) che si traduce in migliore vivibilità per le mamme (anche per i papà, e per le coppie senza figli, e per i single!). Ci sono anche altre cose che vanno fatte, come ad esempio, fissare cadenze e orari delle riunioni (del consiglio, della giunta, delle commissioni) nel modo più compatibile possibile con i ritmi della vita familiare.
La questione della presenza femminile nella rappresentanza politica va considerata a parte. La sottorappresentazione delle donne è ancora un fatto, e la rappresentanza democratica è parziale se la metà della popolazione è sottorappresentata. Ho fatto parte della Corte costituzionale che ha deliberato la sentenza (n. 43 del 2004) la quale per la prima volta ha legittimato l’introduzione nelle leggi elettorali di norme che impongano nella presentazione delle liste la presenza di candidati dei due sessi. Penso che in questo campo anche una politica delle quote sia giusta, come dimostra l’effetto positivo che essa ha avuto in altri paesi.
In fatto, per quanto mi riguarda, una lista per l’elezione del consiglio comunale sulla quale io abbia qualche influenza dovrebbe essere formata per almeno il 50% da donne, elencate in ordine alternato, con una donna in testa alla lista. Idem per la Giunta: almeno il 50% dei componenti dovrebbero essere donne, con qualsiasi incarico per il quale abbia capacità e competenze (come per gli uomini). Su chi debba essere vice sindaco non prendo alcun impegno: ma osservo che la figura conta per le deleghe che riceve, e che non esiste la figura del “co-sindaco”. Il vice sindaco può essere una donna o un uomo.
***
C’è poi un livello diverso e più profondo dal quale si deve guardare, secondo me,  alla questione, non delle donne ma del femminile in questa nostra società ancora fortemente impregnata di “canoni” solo maschili.
Penso che una delle idee di fondo di una buona politica oggi sia quella di un recupero di un senso, direi “femminile” delle relazioni. Nell’intento di ricostituire legami e appartenenze, diventa ineludibile assegnare grande valore a concetti quali quelli di cura, di attenzione, di accoglienza, di responsabilità verso l’altro.
E’, questo, un senso molto femminile di intendere le relazioni, per lungo tempo  coltivato nella sfera privata: della famiglia e di una cerchia ristretta di persone perché quello era l’ambito in cui prevalentemente la donna si muoveva.
Vorrei che questo senso profondo di vivere le relazioni venisse “esportato” dalla sfera “privata” e accompagnasse le donne nel loro divenire sempre più protagoniste della scena pubblica.
Non donne in quanto tali vorrei dunque in ruoli istituzionali, politici ed economici, organizzativi, a guidarci, a progettare, a partecipare, ma donne portatrici di un universo “femminile”, di una capacità di stare in relazione con gli altri, in modo paziente, curioso, attento, aperto all’ascolto, all’accoglienza, prossimo e appassionato.
Vorrei che questo avesse un effetto dirompente di scardinamento di un certo tipo di cultura, tradizionalmente legata a logiche definite “maschili”: logiche appropriative, di utilizzo del potere per l’autocelebrazione, per il controllo, il possesso, l’autoaffermazione, spesso declinate in modo irrispettoso e prepotente.
Vorrei che fossero le donne, con questo “universo”, a contagiare gli uomini, e che anche l’occuparsi della cosa pubblica e della comunità passasse attraverso doti “femminili” preziose: l’attribuzione di valore anche ai piccoli gesti, alle piccole cose, alle sfumature, il non rassegnarsi all’accettazione passiva degli accadimenti, la tenacia, l’apertura all’altro, lo sforzo di ricomporre, mediando, i conflitti.
No, insomma, al modello “machista”, ma anche no al “modello Santanchè”!
 
Molto cordialmente
Valerio Onida       
 
Tag:  Valerio Onida, donna, parità, primarie

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