Quote nei Consigli di Amministrazione delle Società Quotate? Sì, grazie!

Una proposta di legge per l'aumento delle donne nei cda. Perché le donne fanno bene, anche e soprattutto all'economia

di Valentina Paternoster

Pubblicato lunedi, 13 settembre 2010

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Marilisa D'Amico, professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l'Università degli Studi di Milano, è ideatrice e promotrice del disegno di legge per il riequilibrio di genere all'interno dei cda delle società quotate. La Norvegia fu l'antesignana, che l'Italia tragga esempio e riesca per legge a rompere almeno in parte il soffitto di cristallo? Noi abbiamo avuto il piacere di intervistarla e di discutere con lei il contenuto della legge.

Cosa prevede il disegno di legge sull’introduzione delle quote nei cda?
Alla Camera dei Deputati sono stati presentati due progetti di legge (C. 2426 – on. Golfo ed altri; C. 2956 – on. Mosca ed altri) - attualmente all’esame della Commissione Finanze - riguardanti la parità di accesso agli organi delle società quotate nei mercati regolamentati. Entrambe le proposte interverrebbero sul Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, stabilendo che nella composizione dei Consigli di amministrazione deve essere assicurato l’ “equilibrio tra i generi”, equilibrio che si intende raggiunto “quando il genere meno rappresentato all’interno dell’organo amministrativo ottiene almeno un terzo degli amministratori eletti”.
Una delle due proposte di legge (Mosca) stabilisce anche un limite temporale, prevedendo che la regola che riserva un terzo di posti al sesso sottorappresentato si applica per tre (soli) mandati consecutivi. Inoltre, in questa seconda proposta, l’obbligo si applica anche ai Collegi sindacali e, in generale, alle società controllate da pubbliche amministrazioni, sia a capitale interamente pubblico sia misto.
Si tratta, in entrambi i casi, di proposte di legge finalizzate a porre rimedio al gravissimo problema della scarsa (anzi scarsissima) presenza di donne negli organi decisionali delle società, così come, del resto, anche negli organi politici. Le due iniziative sono state ‘accorpate’ in un Testo unificato elaborato da un comitato ristretto costituito appositamente, che fungerà da testo base per il seguito dell’esame in Commissione Finanze.
Il testo unificato:
- prevede che il genere meno rappresentato all’interno dell’organo amministrativo debba ottenere almeno un terzo degli amministratori eletti;
- estende la regola anche alla composizione dei collegi sindacali;
- prevede che la riserva di posti a favore del sesso sottorappresentato si applica per tre mandati consecutivi;
- estende le regole introdotte anche alle società controllate da pubbliche amministrazioni non quotate in mercati regolamentati.

Quali le sanzioni in caso di inadempienza?
I due progetti di legge inizialmente presentati non indicavano le sanzioni da erogare nei confronti delle società quotate che non avessero rispettato il vincolo imposto, ma si limitavano a prevedere che fosse la Consob, con un proprio regolamento, a stabilirle. Il Comitato ristretto che ha elaborato il Testo unificato, invece, ha accolto i rilievi fatti da diversi esperti in materia, che hanno sottolineato la necessità di prevedere direttamente una sanzione, in assenza della quale difficilmente le norme proposte riuscirebbero a produrre effetti significativi. Il Testo unificato stabilisce, quindi, che qualora la composizione del consiglio di amministrazione (o del collegio sindacale) non rispetti il riparto previsto, “i componenti eletti decadono dalla carica”. Si tratta senza dubbio della sanzione più severa che si potesse immaginare e quindi della più idonea a garantire il rispetto delle norme.

Quale la fonte di ispirazione estera?
Entrambi i progetti di legge colgono quanto di recente rilevato anche in sede di Unione Europea.
Con la Risoluzione del 10 febbraio 2010 sulla parità tra donne e uomini nell’Unione Europea – 2009 (2009/2101(INI)), il Parlamento europeo ha invitato gli Stati membri ad adottare misure concrete per “promuovere una presenza più equilibrata tra donne e uomini nei posti di responsabilità delle imprese, dell'amministrazione e degli organi politici”. Uno degli strumenti per perseguire questo obiettivo è proprio la previsione di quote. E infatti, il Parlamento europeo cita quale esperienza positiva da prendere ad esempio quella della Norvegia, in cui ci si è prefissati di aumentare fino ad almeno il 40% il numero di donne nei consigli di amministrazione delle società private e di imprese pubbliche.
Più in generale, le quote come strumento per contrastare il fenomeno delle discriminazioni hanno origine nell’esperienza statunitense delle cosiddette affirmative actions. Si tratta di misure che si propongono di avvantaggiare i soggetti storicamente vittime di discriminazione, favorendone l’accesso nell’ambito dell’istruzione e del lavoro. Proprio perché comportanti un vantaggio diretto nei confronti di determinate categorie di soggetti, la caratteristica delle affirmative actions è la loro temporaneità. Infatti, per evitare che si trasformino, a loro volta, in misure discriminatorie, esse smettono di operare una volta raggiunto l’obiettivo perseguito (ristabilire condizioni di uguaglianza).


Tag:  Unione Europea, Norvegia, cda, Consob, Quote rosa

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