Partita a scacchi in Borgogna

Le perle bianche della Cote de Beaune

di Federico Graziani

Pubblicato lunedi, 28 marzo 2011

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La scacchiera è ormai pronta e la pedina bianca fa due passi in avanti. Parte avvantaggiata lei, la più interpretata varietà a bacca bianca del mondo. Non vi è angolo della terra che produce vino dove le sue discrete foglie e i suoi piccoli e resistenti grappoli non siano arrivati. E come tutti i prodotti che tendono alla massificazione, è complicato individuarne le differenze e i legami territoriali. Così, il successo dello Chardonnay nel mondo nasce come emulazione di un modello, quello che si è evoluto nel tempo in queste terre e che si è diffuso nel secolo scorso dalla California alla Nuova Zelanda nella speranza, spesso vana, di raggiungere almeno in parte la classe e la nobiltà dei prestigiosi vini bianchi della Cote de Beaune. Le pedine hanno un ruolo importante nel mantenere vivo il mito da cui sono state originate. Il legame puramente di sangue ma non contestuale discrimina la complessità, come una animale nato in cattività che mantiene nel suo DNA i geni originali, adattandosi però al quadro in cui è cresciuto e dove si è ambientato. D'altronde, lo sappiamo, per caratteristiche pedoclimatiche questa regione è unica e certo non va sottovalutata l’evoluzione di uomo e vitigno che, già al tempo di Carlo Magno, definiva questa come una delle aree più vocate per la produzione di vini bianchi.

Chassagne-Montrachet, Puligny-Montrachet, Aloxe-Corton, Meursault. Quest’ultimo sarebbe da ribattezzare Meursault-Perrieres, visto che tutti gli altri villaggi portano con sé il nome del Grand Cru e anacronisticamente Meursault non ne possiede nemmeno uno. Chi ha avuto modo di assaggiare qualche “vecchio” di questo speciale Cru, non dissentirà certamente da questa considerazione. L’alfiere Meursault, senza ombra di dubbio, preciso e lineare, che sorprende per lunghi passaggi diagonali e imprevedibili. Anzi, due alfieri: Perrières e Charmes. Sono i Premier Cru più espressivi, capaci di sorprendere per longevità e struttura e che nell’invecchiamento garantiscono note di burro, frutta secca e nocciole da odorare come un delizioso Gateau delle più note pasticcerie francesi. Partecipano alla partita produttori tra i più piccoli e celebri di Francia, come Coche-Dury, che con il suo Perrieres ha evidenziato l’esigenza di elevarsi allo stato di Grand Cru per uno dei vini più buoni mai bevuti. Altra bandiera storica di questa denominazione è Comtes Lafon, semplicemente straordinario - ma attenzione alle annate 2000 e 2001 che tendono a maturare molto velocemente. Poi ancora, Roulot con il suo Les Narvaux, fresco e delicato presuppone un potenziale d’invecchiamento invidiabile. Differente nella forma, ma altrettanto piacevole, il Blagny di Matrot, proveniente dal  versante sud del villaggio. I suoi vini invecchiano molto lentamente e il suo stile, poco ruffiano e invitante, nasconde invece carattere e grande vicinanza alla territorialità. Stella nascente della regione è Mikulsky, ragazzo giovane ed estremamente raffinato nell’interpretazione della AOC, produce anche un “village” davvero piacevole e sarà presto riconosciuto a livello internazionale.

Arroccata e indissolubile, diretta ed estremamente verticale, la nostra torre ci porta con il pensiero a Aloxe-Corton, nel nord della Cote de Beaune. Sulla collina di Corton, con esposizioni più fresche rispetto agli altri comuni del sud, nasce un bianco austero e senza fronzoli, profondo e immortale dal nome del grande imperatore, il Corton-Charlemagne. Si narra che circa 1200 anni or sono, per desiderio della moglie che non amava vedere la barba tinta di rosso dal vino che solitamente beveva il sovrano, ottenne che dalle migliori uve bianche provenienti da questa collina si producesse uno dei vini oggi più celebri al mondo. La sua apertura olfattiva, mai banale, invita alla forza delicata, al guanto di seta, al profumo di te aromatici e di fiori secchi, specie durante l’invecchiamento. Scegliere la prima torre è semplice, di cognome fa Bonneau du Martray, la più grande e classica azienda storicamente legata a questo Grand Cru. Spazia in largo nell’apertura aromatica, ampia e fine al tempo stesso. Verticalmente al palato e nella sua reperibilità delle vecchie annate, dove sul mercato è possibile accedere anche ad millesimi con 20 anni di maturazione in perfette condizioni. Per la seconda torre, data una recente straordinaria degustazione, impera il Domaine Leroy. Estrazione e corpo amalgamati in un fine tessuto pregiato sulle corde dell’oro. Essenziale, di una ricchezza imbarazzante nel carattere floreale con sfumature di preziose spezie.

Il cavallo, bizzarro e irruento, esce dagli schemi e spesso è il responsabile della vittoria della partita. Strategico e inaspettato, gioca in un modo diverso dagli altri. Parliamo dei due villaggi Chassagne-Montrachet e Puligny-Montrachet. Nei loro vini generalmente molto buoni, con alcuni produttori e in alcuni Cru, hanno giocate spiazzanti, che sorprendono il bevitore appassionato e conoscitore come il giocatore di scacchi. Parliamo per esempio del Les Pucelles, al limite tra un Grand Cru e un Premier cru. In alcune annate emergono a tal punto da offuscare gli innominabili (che presto verranno nominati), dando emozioni che solo i migliori vini bianchi sanno trasmettere. Parliamo per esempio del Domaine Leflaive 1996, con note di pietra e zolfo. Frutta perfettamente integra con note ancora agrumate. Oppure Folatieres di Etienne Sauzet più equilibrato all’apparenza ma dal palato scaltro e dinamico, o ancora nella classe equestre di Regnard. Dall’altra parte della scacchiera invece emerge nella precisione olfattiva di Ramonet, l’altro cavallo, sublime interpretazione di Chassagne nel Cru Les Ruchottes che stupisce per freschezza e integrità di frutto, note fumé e carattere.  Innumerevoli in questo campo i pretendenti cavalieri, da Marc e Pierre Morey, al Morgeot di Vincent Girardin.

Forse il pezzo più difficile da attribuire è la regina. Senza dubbio si parla di un Grand Cru di Puligny–Chassagne, ma quale? Chevalier Montrachet o Batard Montrachet? Una scelta quanto mai difficile e  in fondo forse nemmeno giusta: entrambi i vini si possono fregiare di nobiltà regale, dinamismo perfetto al palato e nei profumi. Batard. Batard Montrachet. Nella sua ampiezza e maestosa importanza rivivono sensazioni di eternità, di movimento gentile quanto imperioso. Ogni passo è possibile, ogni direzione navigabile, in gioventù e in maturità. La sua forza è decisiva, il suo sguardo sufficiente a dichiarare nobiltà e prestigio. Gagnard Delagrange tra i più classici, poi Marc Colin e tra già nominati Coche Dury e il Domaine Leflaive.
Necessita di poche parole la figura più importante della scacchiera. Riferimento di ogni giocata, muove passi decisi e precisi, non ha bisogno neppure di uno sguardo per richiamare all’ordine. Basta la sua presenza per rivalutare i ruoli di ognuno, come un'unità di misura e perfezione a cui tutti devono fare riferimento. Il re dei vini bianchi di Borgogna ma più ampiamente del nostro pianeta è nella vigna denominata  Montrachet.
Domaine de la Romanée Conti  assolve e rappresenta al massimo questo Cru che lascia un segno al palato e nell’anima. Non capita spesso di incontrare calici come questi, specie se avete perso l’occasione di assaggiarli in degustazione alle Cantine Isola di Milano, dove, solo grazie a un gradito folle amico di nome Luca, si poteva assaggiare la mescita di questo vino in tre differenti annate 1988, 1989 e 1991. Prima e terza sono ormai nel bagaglio dei ricordi indimenticabili.
Gli scacchi invitano alla riflessione, allo studio, a ricercare in profondità ciò che può apparire semplice o banale ma nasconde, nella conoscenza di chi vive queste terre e queste uve come nessun altro, un patrimonio assai più valoroso. La partita è aperta, armatevi di coraggio e di un po’ di salutare follia. E che vinca il migliore.
Tag:  Cote de Beaune, Grand Cru, Premier Cru

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