Professore Attilio Scienza

ntervista ad una delle più approfondite e acculturate figure della viticoltura internazionale.

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Nell’anno dedicato alla biodiversità, porgiamo alcune domande ad una personalità di spicco della viticoltura moderna.

Come può integrarsi la tradizione nella viticoltura moderna?
Il significato di tradizione è stato spesso confuso, non rappresenta solo il concetto di continuità e di imitazione, ma il ponte tra natura e cultura, tra creato e creatività. E' un processo di sviluppo di un’identità che consente di unificare i popoli all’interno di un territorio, distinguendoli dall’esterno. La tradizione non è dunque un patrimonio ereditabile, ma chi vuole impossessarsene deve conquistarla con grande fatica. La tradizione può essere rappresentata come una linea in movimento, e non una cosa statica. L’idea di tradizione relativizza il progresso, non lo esclude. È necessario però che l’idea di progresso sia correlata ad un’idea di persistenza, di una radice immutabile.

Come vede oggi il vino, come pensa che potrà cambiare?
Viviamo in una fase di appiattimento dell’espressione dei vini che sono stati per secoli vincolati dalla mancanza di tecnica, e che oggi ha portato invece alla normalizzazione gustativa, un’estetica da laboratorio, dove i sensi utilizzati per giudicare un vino vengono ricondotti a formule, indici e rapporti che tendono a proporre per tutti i vini del mondo una stessa monocorde architettura sensoriale e che considera la storia ultramillenaria come un periodo di tenebre da dimenticare.
Il vino è nella terra, come il tavolo è nel tronco e l’opera nel marmo. Basta dargli la forma, valorizzare ciò che abbiamo.

Quale ruolo avranno i vitigni antichi di coltivazione nella viticoltura futura?
Il ritorno ai vitigni di antica coltivazione va interpretato nel segno della tradizione come un tradimento fedele della tradizione stessa solo se la loro coltivazione e vinificazione utilizza correttamente l’innovazione tecnologica per offrire un prodotto che sia in linea con i gusti del consumatore contemporaneo. Con la presenza in molti vini italiani di percentuali diverse di vitigni di importazione, con l’utilizzo irragionevole della barrique, con la prolificazione di coadiuvanti e additivi che tendono a standardizzare i processi di trasformazione e quindi del prodotto, stiamo cambiando il gusto del vino, nello stesso modo con il quale i prestiti linguistici inquinano l’integrità delle lingue. Riferendoci ai vitigni di antica coltivazione, non dobbiamo dimenticare il luogo di coltura. Questo spazio non è infatti solo un suolo, un clima e una tecnica colturale, ma è soprattutto un insieme di tradizioni in divenire, un oggetto culturale. Più in generale, per riuscire a dare alla nostra viticoltura un nuovo futuro, non dobbiamo contare né sul tradizionalismo, né sulla innovazione tecnologica, ma partire da una corretta interpretazione della tradizione e concentrandosi su due punti cruciali: la formazione degli enologi e la comunicazione del vino.

Che importanza può avere oggi la ricerca delle origini della vite e dei suoi spostamenti?
È fondamentale. Spesso mi reco in Caucaso, il secondo centro di domesticazione della vite e oggi vera miniera di diversità varietale, dove migliaia e migliaia di pure varietà si sono sviluppate attraverso il seme, moltiplicazione che permette una enorme variabilità nella specie a differenza della scelta odierna della vite perfetta, o il superclone, ricavato per talea, che ha invaso tutto il mondo e rischia di uccidere questa diversità. Sono specie pulite dal punto di vista genetico, non inquinate come quelle europee da incroci e si presentano molto eleganti e fini, penso che possano contribuire ad una espressione nuova che venga esaltata da una tecnica non invadente.
Tag:  Attilio Scienza, viticoltura, tradizione

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