Andy Garcia si racconta al Roma Fiction Festival.

Il grande attore americano risponde alle domande del giornalista Marco Spagnoli

di Elena Maria Manzini

Pubblicato lunedi, 12 luglio 2010

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Nella cornice del Roma Fiction Festival sono state organizzate Masterclass per far incontrare il pubblico di appassionati con importanti personaggi del cinema e della televisione. Anche il grande attore americano Andy Garcia ha condiviso con i molti spettatori presenti il racconto dei primi passi della sua carriera e le sue riflessioni sull'attuale ruolo della televisione e del cinema indipendente. Durante la serata di chiusura del festival, Andy ha ricevuto insieme alla bella Marg Helgenberger (Catherine di CSI: Las Vegas) l’Excellence Award alla carriera.


D. Cosa l’ha portata verso la recitazione?
A.G. Ho sempre avuto una grande passione per il cinema, ma quando ero ragazzo ero molto più interessato allo sport, giocavo a basket, baseball, football…un po’ a tutto. Purtroppo a 18 anni mi sono ammalato e per un anno non ho potuto praticare nessuno sport così mi sono avvicinato alla recitazione. Ero affascinato dagli eroi degli anni ’60 come James Coburn e Sean Connery, fortunatamente nel corso della mia carriera sono arrivato a lavorare con entrambi.

D. Il cinema degli anni ’60, che lei ha citato, era molto diverso da quello di oggi, che cosa rimpiange?
A.G. Tutto, persino il bianco e nero! Rimpiango anche i film degli anni ’70 di Scorsese e Ford Coppola quelli su cui ho studiato recitazione: Mean Streets, Taxi Driver, Il Padrino. Oggi questi film sarebbero girati in modo indipendente al di fuori della logica degli studios.

D. Infatti, Hollywood ultimamente produce principalmente pellicole per i teenagers e per i giovani. Un tempo si facevano film per tutti. Lei pensa che adesso la TV possa dare quella libertà che i grandi studios non lasciano piu' ai registi?
A.G. Quando ho cominciato io c’erano confini molto netti fra cinema e TV, oggi come ha detto lei le Majors (n.d.r. le case di produzione più potenti) fanno i film per una fascia di pubblico molto ristretta e con una strategia di marketing e di uscita del film già impostata. Si tratta di fare dei prodotti, non dell’arte. Per questo i registi e i produttori che vogliono raccontare delle storie interessanti spesso si rivolgono alla televisione o al cinema indipendente. Anche io, come regista, sono più interessato all’umanità dei personaggi, alle loro relazioni e alla trama, piuttosto che alle strategie di marketing e faccio film con le mie forze. Spesso ci vogliono molti anni per trovare i soldi e la distribuzione e' piu' difficile, ma ne vale la pena.

D. Torniamo alla sua carriera. Ha interpretato molti ruoli televisivi?
Sono sempre stato convinto che lo strumento più importante per un attore fosse lo studio e mi sono impegnato moltissimo a scuola. Poi mi sono trasferito a LA per fare cinema, ho accettato anche piccolissime parti in TV, ma per più di 7 anni non ho fatto proprio nulla, di base lavoravo solamente come cameriere! Un agente finalmente ha creduto in me e ho ottenuto parti al cinema molto importanti come il ruolo ne “Gli Intoccabili” con Kevin Costner e Sean Connery. In quel periodo ho ricevuto anche moltissime offerte di lavorare in TV, ma ho sempre rifiutato perché era una forte discriminante accettare di passare al piccolo schermo.

D. Ci vuole raccontare come ha ottenuto il ruolo di Vincent ne “Il Padrino Parte III”?
A.G. Stavo vivendo un periodo molto felice della mia carriera cinematografica, dopo “Gli Intoccabili” la Paramount mi ha fatto firmare un contratto e stavano sviluppando dei film solo per me come “Affari Sporchi” con Richard Gere. Un giorno Frank Mancuso Sr, il capo della Paramount, mi ha invitato a pranzo e mi ha chiesto “Cosa fai a settembre? Volevo parlare di te a Francis per la parte di Vincent ne Il Padrino.” Io gli ho risposto “Guardo nella mia agenda e ti faccio sapere…”.
In realtà quel ruolo era stato nei miei sogni da più di 10 anni. Infatti già all’inizio degli anni ’80 si parlava della terza parte della famosa saga e di un ruolo di un giovane 'don', ma a quel tempo io facevo il cameriere quindi sarebbe stato difficile ottenere quell’audizione... Poi anche se Mancuso mi aveva raccomandato il provino l’ho fatto comunque: Coppola ha visto più di 1000 attori prima di decidere.

D. Lei è famoso per essere un bravissimo pianista, quando ha cominciato a suonare?
A.G. Io sono cubano esiliato e la mia famiglia ha la musica nel sangue. Sia mia madre che mia zia suonavano il piano benissimo, ma quando ci siamo trasferiti a Miami eravamo troppo poveri per permetterci un pianoforte in casa. Quindi ho cominciato a suonare a più di trent’anni, proprio quando sono venuto in Italia per recitare ne “Il Padrino”. Ho preso un piano in affitto perché mi stavo preparando per una parte in un film che avevo anche scelto come il mio debutto alla regia.

D. Il film di cui parla è “La città perduta”?
A.G. Sì, è ambientato a Cuba e ci abbiamo messo 16 anni per trovare i soldi, quindi ho avuto un po’ di tempo per imparare a suonare…ho anche composto la colonna sonora.

D. Cosa pensa del cinema italiano e dei suoi attori?
A.G. Sono un grande appassionato di De Sica e di tutta la corrente neorealista, come regista io mi rifaccio molto alle loro opere. Del cinema italiano contemporaneo purtroppo negli Stati Uniti non abbiamo la possibilità di vedere molto perché i film non vengono distribuiti. Mi piacerebbe lavorare in Italia, anche se devo migliorare il mio italiano e sono sicuro che il mio caro amico Beppe Fiorello mi darà una mano. Il mio attore italiano preferito è Giancarlo Giannini.

D. Ha sentito la sua “voce” italiana?
A.G. L’Italia è famosa per i suoi doppiatori e io penso che siano tutti molto talentuosi, ma sono contrario al doppiaggio. Secondo me si deve avere la possibilità di godersi le interpretazioni nella lingua originale con l’ausilio dei sottotitoli.

D. Progetti per il futuro?
A.G. Il mio ultimo film “City Island” è al cinema in questi giorni in Italia e oltre ad aver vinto molti premi ha anche avuto un buonissimo riscontro al botteghino. Attualmente sto lavorando ad un film in Messico nel quale interpreto la parte di un generale e ho scritto un’idea per una serie lunga che vorrei girare per la TV come attore e produttore. Il mio prossimo progetto cinematografico da regista sarà un film intitolato “Hemingway e Fuentes” con Sir Anthony Hopkins nel ruolo del grande scrittore e me stesso in quello di Gregorio Fuentes, il capitano della nave sulla quale ha trascorso i suoi ultimi anni. Stiamo cercando i fondi, ma come ho spiegato prima ci vorrà un po’ di tempo se lo vogliamo produrre per il circuito indipendente.

D. Una frase che si ripete sempre?
A.G. Stanislavskj diceva “Non amare te stesso nell’arte, ma ama l’arte che c'è in te stesso.”
Tag:  Andy Garcia, Il Padrino, Roma Fiction Festival, City Island, Masterclass

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